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La costruzione

La Rocca Antica di Carpegna  in un prospetto fine sec. XVII

Il 30 aprile1674 ebbero inizio gli scavi per gettare le fondamenta del grandioso edificio dei Conti di Carpegna.
Fino allora i Conti e le loro famiglie avevano sempre abitato nella vecchia Rocca, un castello fortificato di cui oggi non rimane più traccia, posto su uno sperone roccioso al disopra dell'attuale palazzo. La Rocca comprendeva, oltre al castello dei Conti, anche le abitazioni dei pochi abitanti del paese.
L'esigenza di una dimora più comoda e facile a raggiungersi e nello stesso tempo dotata di più moderni mezzi di difesa e che fosse degna della nobiltà della famiglia, portò alla costruzione del nuovo palazzo signorile.
Con ogni probabilità molto materiale fu recuperato smontando parzialmente la vecchia rocca ormai fatiscente ed usato per la costruzione del nuovo edificio.

Il progetto fu affidato dal Cardinale Gaspare Conte di Carpegna ad uno dei migliori architetti del tempo: Giovanni Antonio De' Rossi di Roma.
Nei primi quattro anni i lavori procedettero piuttosto a rilento, datasi la necessità di drenare le numerose falde acquifere con la costruzione di canali sotterranei a "volta di mattoni" che convogliassero e facessero defluire l'acqua.
Nel 1683 si legge dalle cronache: "Si è alzata la muraglia verso la fabrica vecchia (la ex Rocca) in altezza di piedi nove, et alzati li pilastri e li portoni e li capitelli, et alzato il cantone per l'altezza di tre bugne et posta su la finestra tra il detto cantone ed il portone".
Nel 1689 fu commissionata allo scalpellino Biagio Vantaggi la fornitura delle pietre quadrate per i pilastri, gli archi dei sotterranei, gli stipiti delle porte interne ed esterne, le cornici delle finestre e gli zoccoli esterni. Tutta la pietra arenaria che occorreva fu cavata a Pietrarubbia e Miratoio, trasportata a Carpegna e lavorata sul posto.
I lavori e le rifiniture del primo piano possono considerarsi ultimati nel 1690.
Nel 1695 la direzione dei lavori passò ad Antonio Bufalini, a causa della morte di Giovanni Antonio De' Rossi.
Nel 1696, ad oltre vent'anni dall'inizio dei lavori, lo splendido Palazzo poteva considerarsi ultimato.
Pur inquadrabile nello stile delle ville dell'epoca, Palazzo Carpegna spicca per la sua caratteristica di palazzo-fortezza, ispirato alle ville fortificate di matrice Fiorentina.

Palazzo Carpegna in una foto anteriore al 1919
Palazzo Carpegna

1705: descrizione di un ospite

Palazzo Carpegna, ingresso posteriore

A proposito della grandiosità di tale costruzione, Monsignor Gianmaria Lancisi, in viaggio da Urbino a San Marino e ospite del palazzo con tutto il suo seguito, ebbe a scrivere nel 1705:

"…prima di giungervi udimmo il battere dei tamburi e vedemmo in ordinanza circa duecento fanti che con lo sparo del loro cannone diedero segno del piacere che aveva il signore di quel luogo di una così nobile foresteria e il palazzo è di una tal magnificenza che a volerlo pienamente descriverlo ci vorrebbe un'assai diligente architetto.
Questa fabbrica è ammirabile. E' parimenti nobile e maestosa, perché essa è di una struttura e di una grandezza straordinaria. Ha la facciata davanti e quella di dietro con i risalti ne' fianchi che, sporgendo in fuori, ornano e ingrandiscono l'abitazione.
Gode l'oriente libero a vista d'Urbino, il mezzodì dalla parte di Sasso Simone, di dietro ha il monte della Carpegna posto a ponente, su la falda del quale sta l'antico palazzo di questi signori; e dalla parte di Monte Buagine riceve la tramontana.
In questo palazzo si entra per due ingressi nobili, oltre alle porte aperte alle stalle, ed alle cucine, collocate nel piano terreno.
Il primo ingresso è di fronte per una scala a due gran braccia, con i suoi parapetti di peperino lavorati a balaustri.
Il secondo è nel lato opposto, a cui si giunge per un dolce acclive, che circonda il palazzo da ambi li lati, e posteriormente forma due semicircoli, che poi si uniscono in un ponte alzato per introdurre le carrozze nell'atrio del medesimo. E qui è dove non posso bastantemente ridire quanto mai è nobile , e quanto insieme è commodo l'ingresso di questo palazzo. Vi son dentro cinque ordini di portici, il maggiore de' quali s'apre ne' due portoni, ed ha per termine di veduta nella parte posteriore un bel giardino con sua peschiera tutto murato a cui fa difesa e nobiltà un cancello di ferro. Nel primo piano nobile a livello de' portici vi è a man destra un appartamento da estate, a man sinistra poi è collocata la cappella molto grande, e divota, l'armeria, ed un filo di stanze tutte divisibili per la servitù.
Si monta al secondo piano per una scala quanto ampia, altrettanto dolce, la quale dalle cucine sale sino ai sottotetti. Questa poi per opportuna divisione degli appartamenti nel secondo piano che nobile si dice, termina in quattro porte, la maggiore delle quali si apre in una sala grande, ampia, e magnifica. Da questa poi si passa in diverse stanze ed appartamenti. Ma principalmente a drittura del ripiano della scala vi è una grande anticamera, in cui fan capo quattr'altre porte. Insomma vi sono quattordici stanze con la sala tutte a volta viva.
Vi sono poi due scalette segrete, che si ergono da fondo alla cima del palazzo, e danno il passo dall'appartamento nobile ai mezzanini di considerevole altezza, le di cui stanze sono uguali nel numero e nella larghezza a quelle di sotto, alla sola riserva della sala, lo spazio della quale viene ad essere assorbito da quella di sotto.
Questa fabbrica è fatta non solo a contrastar con il tempo, ma eziandio cò terremoti, tanto son grossi li muri, parendosi fusi, e gettati in un colle volte.
Entro perciò a parte di compatimento per S. Eminenza che non può godere della salubrità di quest'aria, e delle tante commodità di questa casa ammobiliata peraltro nobilmente, e che senza far uscire alcuno fuori dalla medesima, ha dato ora ampio ricetto ad un Cardinale, ad un nipote del Papa, a cinque Prelati, a sei cavalieri, e a tutta la numerosa lor famiglia.
Io ho parlato fin qui delle cose che sono oggetto dell'occhio; non posso né devo tralasciare di darle conto di quelle che appartengono alla bocca. Sappia V.S. Ill.ma che si è trattato di far cene e pranzi per un esercito, ma un esercito di cavalieri.
Fu pranzo doppio, perché fu di carni, e di pesce; e di che pesci! E di che carni! Tutto era buono, e tutto era ben ordinato. Vi sono stati i dolci, le cioccolate, e i rosolii. In somma non vi è mancato altro che il nostro Signor Cardinale Vicario, che udisse i brindisi indirizzati con le viva alla sua salute. Il Sig. Conte nipote di sua Eminenza ha usato la maggior attenzione e generosità possibile".

Il bandito Mason dla Blona

Il brigante mentre cerca di prendere la mira!!

Memorabile rimarrà la battaglia che avvenne nel 1786, all'interno del Palazzo, tra la banda di "Mason dla Blona" (Tommaso Rinaldini detto dell'Isabellona) e le guardie pontificie giunte per arrestarlo.
Mason dla Blona era un famigerato brigante che, avendo raccolto una pericolosissima banda di malviventi, infestava tutto il Montefeltro.
Braccato dalle guardie, era riuscito a far perdere le sue tracce e giungere a Carpegna, dove, grazie ad uno dei propri sotterfugi, irruppe nel Palazzo dei Conti e vi s'installò assieme alla sua banda sequestrandone i proprietari.
Il suo proposito era inizialmente quello di usare Carpegna come transito per arrivare in Toscana e da lì a Genova, ove poi imbarcarsi verso paesi lontani. Evidentemente dovette però considerare Carpegna un luogo piacevole e sicuro, tanto che decise di rimanervi.
Ovviamente, da bravo brigante qual'era, non poté astenersi dall'esercitare anche qui la sua professione.
Almeno fino a quando, durante un tentativo di rapina ai danni di un pastore, questo si ribellò alla sottrazione delle sue pecore, il bandito estrasse la pistola e gliela scaricò contro.
Ora, vuoi perché le pistole di quel tempo non brillavano in precisione, o perché la successione dei colpi non era davvero all'altezza di un mitra moderno, aggiungiamo che forse il bandito non era propriamente un campione quanto a mira, specie dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo, sta di fatto che il malcapitato, terrorizzato ma indenne, riuscì a fuggire attraverso i boschi, giunse a Pennabilli e denunciò l'aggressione.
Informate dell'accaduto, le Guardie Pontificie marciarono verso Carpegna per arrestare il brigante.
Ispezionata l'osteria di fronte al palazzo e setacciato il convento senza trovare nulla, circondarono il Palazzo.
Dopo aver intimato agli occupanti di aprire e arrendersi e aver naturalmente ottenuto qualche risata come risposta, le guardie abbatterono il pesante portone delle scuderie e irruppero nel palazzo attraverso la scala a chiocciola.
Il brigante e la sua banda, scoperti e braccati di stanza in stanza, spinti e incalzati verso i piani superiori, si rifugiarono nel sottotetto sparando all'impazzata.
Vista la poderosa barricata di fuoco e la posizione ben arroccata dei banditi, le guardie, per evitare uno scontro diretto che le trovava in posizione d'inferiorità, fecero portare paglia e fascine nei mezzanini e vi appiccarono il fuoco.
I briganti calarono una grossa corda dal tetto sperando di fuggire col favore delle tenebre ma, scoperta la manovra, la zona fu illuminata da una gran quantità di fiaccole.
Nacque un'altra violenta sparatoria.
Ricacciati sul tetto in fiamme, il fuorilegge e la sua banda tentarono di calarsi attraverso le canne fumarie dei camini che scendevano giù fino alle cucine nel seminterrato. Ma anche quest'altro tentativo di fuga fu scoperto dai soldati di guardia, e Il comandante ordinò di accendere nei camini dei grossi mucchi di paglia bagnata.
Mason dla Blona tentò il tutto per tutto: tornato sul tetto in fiamme, lanciò un accorato appello ai cittadini di Carpegna affinché si unissero a lui e scacciassero le guardie pontificie fuori della contea.
Naturalmente, vista la preziosa occasione di liberarsi di quel pericoloso individuo, nessuno mosse un dito.
Fallito ogni tentativo di fuga, pur conoscendo la loro sorte, i banditi trattarono la resa, chiedendo di non essere uccisi sul posto dai soldati.
Posti in catene, furono trasferiti nel carcere di Pesaro, quindi a Ravenna, dove furono giustiziati.

Dal terremoto del 1781 ad oggi

Uno dei grandi camini di Palazzo Carpegna

A seguito della battaglia con i briganti, il palazzo subì gravi danni: tutto il tetto era bruciato e in parte crollato, ugualmente bruciate erano le porte e finestre dei mezzanini, gli intonaci rovinati e affumicati da fiamme e colpi d'archibugio, così i quadri e gli arredi.
D'altronde il palazzo doveva aver già subìto dei danni in seguito al forte terremoto che colpì questa zona nel 1781 ed altri se ne aggiunsero quando un altro violentissimo movimento tellurico, nella notte del 24 dicembre 1786, devastò Rimini e tutto l'entroterra.
I lavori di ristrutturazione, e le riparazioni, furono eseguiti tra il 1787 e il 1790, con il contributo economico del governo pontificio che si era assunto l'obbligo di ripagare i danni derivati dalla battaglia avvenuta all'interno del palazzo.
Nel 1819 il palazzo fu ceduto alla Santa Sede.
Nel 1851 il Conte Luigi Carpegna-Falconieri riacquistò il Palazzo Dei Conti; da questa data e fino ai giorni nostri è rimasto sempre possesso dei Principi di Carpegna-Falconieri che tuttora lo abitano.

Pala Montefeltro (Federico da Montefeltro e Santi) di Piero della Francesca, una delle opere custodite nel Palazzo dei Principi di Carpegna
Federico da Montefeltro e Santi di Piero della Francesca

Nel 1943, durante la seconda guerra mondiale, nel Palazzo dei Principi furono trasferite numerosissime opere d'arte nel tentativo di sottrarle alle distruzioni dei bombardamenti. Giunsero così immensi capolavori artistici dal Castello Sforzesco di Milano e tutto il tesoro di San Marco. Roma occultò in questo palazzo 67 quadri delle sue varie gallerie, oltre al materiale archeologico del Museo Etrusco di Tarquinia. Donatello, Veronese, Raffaello, Tiziano, Antonello da Messina, Pinturicchio, Beato Angelico, Bramante, Piero della Francesca, Tintoretto, Caravaggio. Tutte le più importanti opere pittoriche italiane, una concentrazione dal valore inestimabile, erano racchiuse in questo palazzo, murate in un locale segreto: mai nessun museo poté vantarsi di aver racchiuso in una sola volta tanti tesori.

Per rendere omaggio allo straordinario impegno e coraggio di P. Rotondi " un uomo che ha speso la sua vita per l’arte" (Giulio Carlo Argan), è stato istituito, nell’ambito del progetto Arca dell’Arte, il Premio Rotondi ai salvatori dell’Arte. L’iniziativa vuole gettare un ponte ideale tra passato, presente e futuro, per ricordarci che la salvaguardia dei beni artistici richiede l’impegno di noi tutti. Il Premio internazionale, articolato in quattro sezioni (Marche, Italia, Europa, Mondo) e un Premio speciale della Giuria, è assegnato ogni anno ai protagonisti di oggi, in ogni parte del mondo, di esemplari azioni di salvataggio del patrimonio artistico. La presentazione dei vincitori avviene ogni anno nel mese di maggio a Carpegna mentre la premiazione dei vincitori avviene ogni anno, nel mese di giugno a Sassocorvaro, con la consegna di una scultura appositamente ideata e realizzata dall’artista Arnaldo Pomodoro.

Il Palazzo dei Principi di Carpegna, tuttora abitato dai discendenti di questa millenaria famiglia, ci è giunto praticamente intatto dopo oltre 300 anni. Al suo interno sono oggi custoditi importanti arredamenti d'epoca, la biblioteca, ricca di carte e documenti originali del periodo rinascimentale, numerosi reperti archeologici della zona e la cappella di famiglia.

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